L'immagine - l'avrete capito - è volutamente sarcastica.
Cara Italia, che fine farai?
Ti ho sempre amata tanto, ho conosciuto le tue bellezze e ho
viaggiato per ammirarle; ho studiato per scoprirti al meglio, per capire il
motivo per cui sei diventata quella che sei ora, ma di recente sono arrivata
alla conclusione che certe cose che ti sono accadute negli ultimi anni siano
semplicemente prive di senso.
Sono arrabbiata. Più che con te, con chi ti gestisce.
E lo so che di questi discorsi sarai annoiata, che ne
sentirai a bizzeffe, ma ci sono delle cose che voglio tu sappia anche da me.
Ora che sono stufa anche io di parlarne, arrivata quasi al culmine, ho deciso
di farti sapere quello che provo.
Che sono arrabbiata te l’ho detto. Ora voglio dirti che
trovo allucinante che tu ti dichiari fondata sul lavoro quando trovarne uno è
una fatica di per sé. Forse era questo quello che intendeva chi ha scritto
quelle parole?
Trovare un lavoro sta diventando qualcosa di atroce, e non è sano.
Fa male veramente e non solo all’umore.
Sai cosa significa doversi alzare la mattina e rendersi conto di essere
disoccupata da 40 mesi?
Sai cosa significa tornare a casa, dopo essere stata fuori casa praticamente
tutto il giorno, e trovarsi a guardare il soffitto pregando un Dio che non sai
se esiste perché ti dia la forza di credere che ne vale la pena?
Sai quanto si può arrivare ad odiare chi sta dall’altra parte delle scrivanie,
quando ti dice che ti farà sapere qualcosa che non arriverà mai?
Un paese che non crea possibilità, che lascia a casa persone
con voglia di fare per prediligere cretini con lauree immaginarie, figlie del
nipote dello zio del cugino del proprietario, donne di fottuta plastica che
ottengono privilegi perché hanno saputo aprire le gambe al momento giusto… beh,
non è un paese onesto.
Lo sai che conosco ragazze che, pur con il quoziente intellettivo simile a
quello di Stephen Hawking e capacità validissime nei più vari settori, stanno
valutando seriamente la possibilità di diventare cam-girl o escort? Te ne rendi
conto?
Non ne posso più di annunci fasulli di agenzie interinali
che puntano soltanto a un numero maggiore di iscritti; non ne posso più di
vedere gente valida, e non parlo solo di laureati, finire a fare gli schiavi di
società di telemarketing spazzatura; sono stufa di contratti da promoter che
rendono scorrette persone che per il bisogno di portare soldi a casa deve
inventarsi bugie.
Cosa vuoi da me? Il fegato? Un rene? Perché sai... c’è chi
se lo vende.
Vuoi che studi, che mi aggiorni, che ottenga qualche
certificato stampato su carta patinata o ingiallita d’antico – come se servisse
a farli valere di più?
Vuoi che mi specializzi in qualche lavoro molto particolare, qualcosa che pochi
sanno fare ma per cui i posti richiesti sono molto limitati?
O vuoi che faccia le esperienze più varie, se ne trovo, per farmi sembrare una
persona dal bagaglio pieno, pesante ma sdrucito?
Vuoi che impugni almeno due lauree e che poi mi venga richiesto di aver trovato
il modo di fare almeno dieci anni di esperienza nel settore di studio?
Vuoi che abbia solo voti con lode, ma che sia una persona sfrontata, attiva in
mille campi, magari vagamente arrogante, coraggiosa e costantemente attiva
beneficienza?
Perché sai, questo genere di cose sono degne soltanto dei figli di ricchi, che come
sai non hanno dubbi sul loro futuro prestabilito; uno che si è spaccato la
schiena per formarsi in quel modo probabilmente non ha in tasca neanche un euro,
perché gli è scivolato dal buco formatosi nella tasca dei jeans, non avendo
potuto permettersene un paio da almeno una dozzina d’anni.
E non venirmi a parlare di borse di studio.
Ti scrivo non perché in preda alla negatività, quella non mi
avrà mai, ma perché sento il cuore così pieno di domande e dubbi che delle sere
mi chiedo soltanto, e di continuo, il perché di tutto questo.
Il perché sono arrivata a capire concretamente le persone che migrano in altre
nazioni o persino in altri continenti. Il perché questa instabilità non mi
renda felice come qualcuno d’importante ha detto che dovrebbe succedere. Il
perché l’assenza di un lavoro ti porti a pensare alla tua utilità e al tuo
essere in modi che non avresti mai voluto dover sfiorare. Il perché la
previdenza non sia stata amministrata in maniera più intelligente. Il perché di
famiglie separate dal lavoro, soprattutto quando questo ti porta a sentirti più
vicino a persone che solo qualche anno fa non capivi perché cercassero
l’America in uno stato a forma di stivale. Il perché ci sia gente che si
dichiara fiera di essere italiana solo perché ha ereditato un’azienda
milionaria e un cognome prestigioso, soprattutto quando non si sa neanche se il
sangue sia davvero di quel cognome.
E non ti parlo di politica, perché in questo frangente non serve a niente: ti
parlo di persone che hanno un ruolo che le dovrebbe portare ad aiutarci e
sprecano tempo e denaro in modo tutto fuorché appropriato. Ma non te ne
accorgi?
Sai che siamo arrivati al punto che la gente ha paura di
mettere al mondo un figlio e di non potergli dare qualcosa da mangiare? Che
definisci coraggioso chi si sposa e crede ancora nel valore della famiglia?
Sono avvilita, perché mi rendo conto di saper fare tanto, di
avere un’incredibile forza dentro, eppure di non avere l’occasione di sfruttarla.
E sì, parlo sia del lavoro che della vita in generale.
Vedo persone occupare posti che meriterei io. Le stesse che lavorano ogni
giorno, sparlando di continuo, senza né un minimo di passione né un minimo di
gratitudine per l’occasione che hanno.
E vedo donne, desiderose di una famiglia, finire col primo che possa garantire
loro un’entrata annuale maggiore di venticinquemila euro.
La cosa che sto realizzando, è che l’unico modo per uscire
da questo tunnel di sconforto, fatto di entrate in uffici dove la gente neanche
ha più il coraggio di guardarti negli occhi, sarebbe inventarmi una
professione. Anche a costo, che ne so, di improvvisarmi pagliaccio per baby-parties
o creatrice di bigiotteria dalla schiena gobba.
Sto pensando a ogni via. Perché non voglio finire a diventare disonesta. Anche
se – credimi – posso davvero capire chi lo diventa per bisogno. Come quelli che
rubano una bistecca al supermercato dopo mesi di pasta all’olio.
Sono arrabbiata. Te lo ripeto.
Ti prego, fai qualcosa. Perché la mia fiducia è quasi
arrivata al limite.