lunedì 30 maggio 2011

J.T. LeRoy, Ingannevole è il cuore più di ogni cosa - Recensione


Questo libro fa male quanto un pugno allo stomaco; si leggono e provano sensazioni dure, nette come un taglio, e ci si rassegna alla disperazione del protagonista come si farebbe con una fitta al cuore. È smarrimento, paura e tanta tristezza.

Jeremiah viene portato via dai suoi genitori adottivi dopo che la madre naturale, Sarah, riesce a riottenere il suo affidamento: lei vive senza regole e riesce ad insegnare al figlio soltanto qualche canzone punk e il vero significato della parola solitudine. La loro vita procede tra droghe, alcolici, degenerazioni sessuali, abbandoni e recuperi. C’è anche una parentesi religiosa, quella dei genitori di Sarah che “accudiscono” Jeremiah per qualche tempo: la loro fede bigotta e spinta all’estremo corrode l’anima dei piccolo, così come avevano già fatto con sua madre.
Poi lei ritorna, lo porta via, e assieme attraversano strade e vicende intense, tra autogrill e alloggi squallidi, conoscendo persone crude e improbabili. Lui cresce imparando a non piangere, cercando inutilmente affetto in chiunque. Anche nei compagni di Sarah.
Il tutto si perde in un finale che scorre vagamente confuso. Perché nonostante quella catena indissolubile, quello strano legame che unisce madre e figlio - è appunto il cuore ad abbagliarli - il cambiamento è ciò in cui Jeremiah vuole credere di più.
La scrittura di Leroy (ovvero Laura Albert) scorre veloce e selvaggia, mai noiosa.
Quello che ho apprezzato in questo libro è l’intensità; in contemporanea sono le frasi leggermente umoristiche che attraversano la narrazione ad essere un punto molto importante, a riprova incessante di quanto la vita umana sia tragica quanto imprevedibile, e di quanto ogni certezza sia frantumabile e delicata.
Ma il cambiamento e la forza arrivano. Basta crederci.

N.d.r. Asia Argento ne ha fatto un film nel 2004. L'ho visto e lo trovo perfettamente evitabile: i punti focali del libro, e la sua realtà, vengono affrontati con superficialità e lasciando spazio soltanto al volgare.

J.T. LeRoy - Ingannevole è il cuore più di ogni cosa - Roma, Fazi, 2002; pp. 237

giovedì 26 maggio 2011

Quotidianità - 4


Continua la ricerca di un lavoro decente.
Ho contattato una società che ricercava telefoniste e stagiste; dopo aver inviato loro una mail per avere qualche chiarimento, ho ricevuto come risposta delle immagini - che definire porno sarebbe un eufemismo - con un messaggio che annunciava la ricerca di donne volenterose e pazienti per avviare un nuovo telefono erotico.
Mail cancellata.
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Conversazione tra un ragazzo e una ragazza:
- Sei carina, ma dovresti curarti di più.
- Preferisco studiare che passare ore davanti allo specchio.
- Vabbè, ma almeno ai capelli una sistemata potresti darla. Sembri un leone.
- Mi piace essere un po’ selvaggia, e comunque mi pettino tutti i giorni.
- Ok, ma sei piena di nodi. Non è bello per un uomo accarezzarti i capelli e rimanerci intrappolato.
- Credimi: se un uomo arriva al punto di toccarmi i capelli, sia che la sua posizione sia favorevole o meno, l’ultima cosa a cui gli farei pensare sarebbero i nodi tra i miei capelli.
Il ragazzo è rimasto a bocca aperta per almeno cinque secondi, poi ha deglutito la saliva e ha bevuto il Gin Fizz che aveva in mano. Il tutto continuando a guardare un punto fisso ad occhi spalancati.
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La decisione da prendere questa settimana è: tornare all’università, per fare qualcosa che mi piace ma che di sbocchi lavorativi non ne ha, o iscrivermi ad un serale per un secondo diploma, studiando qualcosa che non mi piace moltissimo ma che di lavoro potrebbe portarmelo?
Il dubbio.
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Mia suocera si è fratturata il bacino.
Dovendo stare a casa sua per darle una mano, ho il permesso di sgridarla ogni qualvolta tenti di alzarsi dal letto dove ha l’obbligo di restare immobile.
Ammetto di aver sottilmente goduto di questa incombenza.

giovedì 19 maggio 2011

Della musica con cui leggere e scrivere


Credo che la musica giusta, selezionata per le emozioni che ci regala, possa circondare le esperienze letterarie così come un’oliva rende più completo un buon Martini.
Coltivando la mia passione per le colonne sonore, negli anni ho scoperto alcune tracce che rendono i momenti di lettura ancora più intensi.
Lo stesso vale per la scrittura: quando l’ispirazione tarda ad arrivare al mio indirizzo, mi basta ascoltare il cd giusto per rendere la composizione un momento più affascinante e minuzioso.
Ho pensato di condividere qualche pensiero con voi; cliccando su ogni titolo sarete rimandati alla relativa pagina di Amazon.it o Amazon.uk.

Always di John Williams.
Williams è un genio nel comporre emozioni al pianoforte, soprattutto quando vuole trasmettere punti di vista vagamente surreali.
Questa melodia mi fa pensare a infiniti prati di montagna, quelli dove stendersi per trovare forme alle nuvole. Qui potete ascoltare la mia traccia preferita.

Angel di Philippe Rombi.
La musica di Rombi è ricca: ha rappresentato al meglio i sogni, le emozioni, i successi e i fallimenti della protagonista del film, una scrittrice. Il Paradise Theme mi fa pensare ad una passeggiata autunnale al tramonto, mentre con i piedi si scostano le foglie secche e ci si gode la prima sciarpa soffice attorno al collo. Oppure penso a un film degli anni ’60, una scena all’alba.

Brokeback Mountain di Gustavo Santaolalla.
L’ultima traccia è stupenda, un nodo alla gola; è quella usata per i titoli di coda, nonché la più commovente dell’intero cd. Mi aiuta per pezzi particolarmente romantici o tristi: penso a persone e promesse concrete.

Chaplin di John Barry.
Per questa colonna sonora Barry è stato nominato all’Oscar.
La tredicesima traccia, Smile, è un ottima combinazione della canzone di Charlie Chaplin (dallo stesso titolo) e del tema che Berry ha composto per rappresentare la figura di Charlot.
Non so perchè, ma mi rimanda a qualche racconto fantasy, a qualcosa di etereo, a un personaggio che supera momenti difficili.

Legends of the fall di James Horner.
Trovo che le musiche di Horner siano quelle più semplici da slegare dal film per cui sono state composte. Per Twilight and Mist non è così: è la mia traccia preferita per la lettura di romanzi storici o d’avventura, e mi fa pensare a libertà e pace così come voleva l'autore.

Little Women di Thomas Newman.
Thomas Newman è semplicemente un genio.
Con queste musiche mi fa pensare a tempi passati, ad un’Europa in rinascita dopo conflitti e carestie. Oppure ad un uomo al bancone del bar che affonda la perdita della moglie in un bicchiere di vino rosso, lo stesso che beveva con lei quando era in vita.
La traccia più bella, Valley of the Shadow, fa da sottofondo a questo video su Sasha Montage.

Meet Joe Black di Thomas Newman.
Di nuovo Newman con quella che è la mia colonna sonora preferita (a pari merito con le prossime due). Trovo sia rilassante e motivante allo stesso tempo; mi ricorda entrate trionfanti e giorni felici. Qui potete trovare il tema finale del film.

Forrest Gump di Alan Silvestri.
La traccia che preferisco è l’ultima, quella che riunisce i pezzi migliori di tutte le tracce precedenti. Non ho veramente parole sufficienti per descriverla.

The Holiday di Hans Zimmer.
Il video che ho trovato rappresenta al meglio quelle che sono anche le mie sensazioni: ascoltando la prima traccia del disco penso solo a rinascita e forza ritrovata, e a una corsa verso la libertà.

Patch Adams di Marc Shaiman.
Emozionante, credo sia impossibile ascoltarla senza riflettere sul proprio passato.
Mi fa pensare a bambini che camminano mano nella mano, a primi amori, sorrisi e sbagli. La stavo ascoltando quando ho scritto il mio breve racconto per Autori per il Giappone.

Revolutionary Road di Thomas Newman.
Sempre lui, Newman. Il tema finale raccoglie di nuovo il meglio dell’intero disco, ed è perfetto per accompagnare le sensazioni meditative di fine film. La trovo profondamente toccante; mi ricorda sarcasmo, sospetti e decisioni affrettate.

The Notebook di Aaron Zigman.
La prima traccia accompagna l’inizio del film in modo esemplare. Credo sia impossibile ascoltarla senza pensare alla persona amata, all’Amore di per se, o a ninna nanne sussurrate da una madre.

Spero di avervi proposto qualche spunto musicale interessante. Ascoltatele, ne vale la pena.

lunedì 16 maggio 2011

Quotidianità - 3

"Ma una libellula che non è tanto carina, si chiama libruttula?” sms della ragazza a cui avevamo organizzato la festa di laurea la scorsa settimana.
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Ho chiesto a Francesco di raccontarmi una storia prima di dormire: usando come protagonisti la finestra e il lampadario, ha inscenato un racconto filosofico su ombre e luci, inneggiando all’importanza degli ossimori nella vita di tutti i giorni. Quella notte ho sognato scene in pieno stile “Paranormal Activity”. Forse è ora di finirla con le favole.
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Franz ha notato che Pippo si struscia sulle sue gambe ogni volta che lui suona Last Horizon di Brian May.
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Questa settimana ho litigato con la forza di gravità: il mio portatile è ridicolmente stramazzato a terra, ma ha avuto la misericordia di continuare a funzionare dopo qualche avvio fallito. Ho chiamato in mio soccorso un amico informatico e sono riuscita a far cadere anche la borsa che conteneva il suo computer. Di quante volte sia caduto il mouse non tengo neanche più il conto; ormai l’ho soprannominato Highlander.
Ho rotto 2 piatti fondi, un bicchiere e il porta spazzolini da denti. Ho quasi fatto cadere un piatto con sopra diciotto muffin, la pastasciutta pronta in padella e il ferro da stiro.
Sto toccando soglie storiche di ridicolaggine.

mercoledì 11 maggio 2011

Di Max e della vita assieme a te


Il post che avevo scritto per oggi era diverso, molto diverso da quello che leggerete.
Mi ero ripromessa di parlare di femminilità e attitudine, argomento con cui combatto quotidianamente, ma ho deciso di rimandare quelle chiacchiere alla prossima settimana e scrivere di quello che è successo ieri sera; ho potuto stringere la mano a Max Pezzali, una delle persone che ha accompagnato la mia infanzia, la mia adolescenza e la mia crescita fino a oggi.
Avevo già scritto di un altro mito che mi ha ispirata e aiutata a crescere, usando le sue stesse parole per ringraziarlo; dopo un concerto come quello di ieri, ho pensato di usare le parole di Max per ringraziare l’uomo che mi sta accanto tutti i giorni.

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Sai Fra, te lo dico spesso che se siamo qui è perché tu hai creduto in noi, prima ancora che io ne fossi capace quanto te. Perché lo sai, dopo troppe batoste avevo smesso di credere nell’amore.
Ero sicura di non volere più qualcuno accanto. Avevo paura di provare ancora, convincendomi che mi sarei bastata.

Me la caverò proprio come ho sempre fatto: con le gambe ammortizzando il botto. Poi mi rialzerò, ammaccato non distrutto. Basterà una settimana a letto, poi verrà da sé, ci sarà anche qualche sera in cui usciranno lacrime, ci sarà anche qualche sera in cui starò per cedere, ma poi piano piano tutto passerà..

C’era stata una persona che mi aveva spezzata in due. Mi aveva fatto talmente male da farmi credere di non meritare niente di buono, tanto che il tempo per dimenticarlo è stato più del previsto.

Non ho nessun rimpianto, nessun rimorso. Soltanto certe volte capita che, appena prima di dormire, mi sembra di sentire il tuo ricordo che mi bussa, ma io non aprirò.

E poi sei arrivato tu, dimostrandomi che “l’amore arriva quando meno te l’aspetti” non fosse solo una frase fatta. Avevo mandato a quel paese più di una persona quando ripetevano quella manfrina, soprattutto quando lo dicevano con la stessa energia con cui si dice “Rosso di sera, bel tempo si spera”.

E invece tu sei qui, mi hai rimesso al proprio posto: i più piccoli pezzi della mia esistenza, componendoli, dando loro una coerenza.

Con te è iniziato il mio secondo tempo, prendendomi per mano e facendomi credere di nuovo nel bene. Facendomi vedere il buono che ce n’è in te, come anche in me che in noi.
Mi stai aiutando a crescere ancora, e di questo non te ne sarò mai abbastanza grata.

E siamo qui ai piedi di una strada che sale su ripida e dissestata: la chiamano età della ragione, ci passano miliardi di persone. Io spero di poterla fare tutta, guardare giù quando arriverò in vetta anche arrancando come quel vecchissimo Peugeot.

Te l’ho mai detto che mi hai salvata da me stessa? Sì, credo di sì.

Io non ti prometto qualcosa che non ho: quello che non sono non posso esserlo. Anche se so che c'è chi dice “per quieto vivere bisogna sempre fingere”.

Perché mi hai fatto capire che non c’è niente di sbagliato in me.
Anche quando rido talmente tanto da sembrare Woody Woodpecker, quando dimentico il latte fuori dal frigo; quando mi chiudo nel mio bisogno di solitudine, quando mi comporto da mammina e ti dico di non mangiarti le unghie, quando la notte ti rubo tutte le coperte e quando ti faccio il solletico per vendicarmi dei tuoi dispetti.
Quando ti guardo e credo profondamente che sia valso ogni minuto della mia vita prima di te, se ora posso cullarti tra le mie braccia.

Nella buona sorte e nelle avversità, nelle gioie e nelle difficoltà, se tu ci sarai, io ci sarò.

lunedì 9 maggio 2011

Quotidianità - 2



Ad una conferenza sulla ginnastica in casa, trattando ironicamente i motivi per cui non si dovrebbe praticala, Franz chiede al pubblico se tutti hanno un muro, un pavimento, un cuscino e un corpo da usare. A sentir parlare di corpi la mia mente volta a Futurama, riflettendo su quanto lì per alcuni sarebbe impossibile: mi trattengo, gliela dico una volta a casa.
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Discussioni a letto, poco prima di dormire, su bambini nel grembo materno e su come facciano a non bere il liquido amniotico. Segue divagazione su branchie e tonni dalle pinne gialle.
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Festa di laurea di una nostra amica, portiere in una squadra femminile di serie A.
Sul cartellone dove abbiamo narrato in rima la sua giovane, abbiamo scritto cose come: “In quella squadra sei approdata e tutte te l’avrebbero data”.
Scopriamo solo sabato sera che tutte le sue compagne di squadra sono invitate alla festa: seguono imbarazzanti tentativi di nascondere quella frase dietro un errore di stampa.
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Promemoria: non comprare più molta carne macinata per poi tentare di trasportarla fino a casa in stretti sacchetti di carta biodegradabile: la strada non ha bisogno di proteine.
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Ieri sono andata allo stadio per Udinese-Lazio. In curva si trovano persone di tutti i tipi, e uno di loro mi ha riportata indietro agli anni '80 facendomi ripensare al ragionier Fantozzi.

venerdì 6 maggio 2011

Source Code - Recensione


Trama
Interpretato da un Jake Ghyllenaal sempre all’altezza, Colter Stevens è un eroe della guerra in Afghanistan che si ritrova all’interno di un treno che sta per esplodere: vi è stato trascinato dal programma governativo sperimentale Source Code, il suo compito è quello di trovare l’ordigno e scoprire quale dei passeggeri sia l’attentatore. A rendere il tutto più “divertente” ci sono gli 8 minuti a cui sono obbligati i suoi molteplici tentativi, e l’essere stato trasportato all’intero del corpo di un estraneo. Durante quei brevi viaggi nel passato, lo scopo vira nel romantico a causa della ragazza che ritrova sempre seduta davanti a sé.
Riuscirà il nostro eroe a far combaciare il suo intento con quello dei creatori del Source Code?
Vi consiglio di scoprirlo. Vale la pane vederlo, sebbene la trama sia rapida e avrebbero potuto renderla più complessa e stuzzicante nella parte centrale del film; quasi un’ora e mezza di viaggi temporali, scene sottilmente fantascientifiche e molteplici pensieri etici.

Regia:
Il film è di Duncan Jones (conosciuto anche per essere il figlio di David Bowie), il quale ha saputo accoppiare thriller e scienza quantistica con un tocco capace ed energico, anche se non ancora perfezionato da un occhio pienamente originale. Sono sicura che avrà modo di svilupparlo.

Musica
Essendo io appassionata di colonne sonore, devo dire che questa non mi ha particolarmente sorpreso: Chris Bacon ha scritto toni per lo più già sentiti e adatti ad un qualsiasi film thriller; l’aggiunta di troppi violini non ha sottolineato particolari emozioni o ansie, ma ha forse appiattito ancor più le scene toccanti.

Sceneggiatura
La frase che si ricorda di più, che poi è la stessa che tutti gli eroi ripetono anche quando sono immersi nel guano fino al collo, è quella che un po’ tutti gli attori pronunciano a random, ovvero “Andrà tutto bene”. Ben Ripley poteva fare di meglio.

Note varie
Sono curiosa di sapere qual è stato il cachet della coprotagonista, Michelle Monaghan, per aver dovuto recitare praticamente sempre la stessa scena, senza dover neanche far la fatica di alzarsi in piedi per più di cinque minuti in tutto il film.
Spoiler: Avrei tanto voluto scoprire che Colter Stevens fosse atterrato nel corpo dell’attentatore stesso, ma ahimè, niente da fare.

Giudizio:
Mi ha lasciato un sapore amaro, ma comunque piacevole e persistente: si scorgono toni lievemente malinconici per gran parte del film, soprattutto per alcuni temi etici che il protagonista e un’agente governativa si trovano a dover affrontare.
Ma va bene così, è sempre piacevole quando un film o un libro ti trasportano in riflessioni intense e inattese: è gran parte di ciò che mi aspetto da un film, ed è lo stesso motivo per cui mi sono presa la briga di scriverne.

lunedì 2 maggio 2011

Quotidianità - 1


- Amore, accenderesti la luce? Devo andare di là…
- Non andare!
- Ma ho dimenticato di a spegnere la luce in soggiorno.
- E non ti basta la luce che c’è di là per alzarti?
- No, ho paura.
- Uff... ma guarda te se devo vivere con un’ipovedente!
- Mi dici le cattiverie che si dicono dopo trent’anni che si sta assieme.
- Ma perché dovrei aspettare a dirtelo se sei ipovedente già adesso?
- Va bene, mi alzo. Ma tu sei cattivo.
- Dai, vieni qui mozzarellina mia!
- Guardati, sei prevedibile come il Natale.

E in realtà sono appena due anni e mezzo che ci sopportiamo; inauguro così il post settimanale su "conversazioni e fatti realmente accaduti".
Ho pubblicato uno stralcio che si chiama Il tuo campo dei desideri.
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