mercoledì 27 aprile 2011

Delle piccole manie letterarie


Oltre alla mia mania per i Post-it, che dopottutto è anche piuttosto normale, queste sono altre delle mie piccole abitudini riguardanti la lettura:
  • Di solito vago per le librerie alla ricerca di qualche copertina o titolo che mi affascini; quando il mio sguardo viene catturato, volo a pagina 66 (che è un po’ il mio numero fortunato) e, se quello che leggo mi soddisfa, di solito lo appoggio alla cassa e continuo la ricerca di altri tesori. Se non rimango totalmente estasiata, scrivo il titolo su un classico taccuino Moleskine e lo conservo come opzione per un acquisto futuro.
  • Se decido di comprare un libro cerco con cautela la copia meglio conservata, stando attenta ad angoli smussati o microscopiche piegature, anche a costo di spostare intere colonne e desiderare tante braccia quante ne ha Kalì.
  • Sto parecchio attenta ai commessi e al loro inserire correttamente i libri nel sacchetto (sempre con il dorso verso il fondo!).
  • Non disprezzo i libri usati; amo spulciare i mercatini alla ricerca di chicce (giusto ieri ho trovato una guida fuori catalogo che cercavo da un paio d’anni) sempre e comunque conservate molto bene, senza scritte e strane pieghe.
  • Non mi interessa finire un libro a tutti i costi: se inizio qualcosa e scopro che il giudizio iniziale era sbagliato, preferisco concedere il mio tempo ad altri volumi e provare a riprendere la lettura in un secondo momento. Di recente ho lasciato a metà il secondo volume della Recherche di Proust: Dalla parte di Swann mi aveva catturata, ma non sono proprio riuscita ad andare oltre.
  • Sulle mensole ordino i volumi per autore o per genere, piazzando su quelle più alte - e difficilmente raggiungibili - i libri che mi hanno delusa.
  • Ogni tanto vengo presa da un’irrefrenabile voglia di riorganizzazione: tolgo tutti i volumi e li risistemo cercando di inventare un metodo migliore (che poi si rivela sempre peggiore di quello precedente, come quando m’ero fissata a voler i libri in scala cromatica).
  • Da piccola dimenticavo sempre di restituire i libri alla biblioteca, ma all’epoca non c’erano multe salate per fortuna. Il problema è che succedeva o per i libri che non mi erano proprio piaciuti, e che quindi abbandonavo in angoli remoti della casa, o per quelli che avevo amato talmente tanto da fargli mettere radici sul ripiano più in vista, quella dove potevo osservarlo come se ormai fosse mio.
  • Nutro un odio profondo per le sovracopertine: le tolgo non appena inizio la lettura e le recupero solo qualche giorno dopo la fine (principalmente perché molte di loro, nei giorni della lettura, finiscono ripiegate come un origami scomparendo misteriosamente sotto ad altri libri).
  • Ho sempre portato con me un libro e un Moleskine, anche nelle borse più piccole; adesso la cosa è resa più comoda dal mio reader, ma non mi separo da qualche testo di riserva e qualche penna nuova.
  • Tra i vari posti dove amo leggere, quello che preferisco in assoluto è il treno; ho scoperto che anche scriverci mi riesce benino: sogno abbonamenti illimitati e sedili più comodi.
  • Amo leggere più libri contemporaneamente: di solito leggo una biografia o un romanzo storico, un romanzo di altro genere, una raccolta di racconti e un classico; per non parlare di manga e fumetti!
  • Per fortuna la cosa non mi ha mai creato problemi, riesco a gestire tranquillamente i vari fili del discorso. Mi piace variare a seconda di umore e stanchezza.
  • Come segnalibro uso qualsiasi cosa mi capiti a tiro, o il blocchetto dei Post-it. Qualche volta uso anche pezzi di Scottex o strisce di carta.
  • Amo l’odore dei libri nuovi: ricordo quanto fossero belli i primi giorni di scuola, quando tutti i libri che andavo a ritirare profumavano d’inchiostro e freschezza.
  • Sto sempre molto attenta a non spalancare troppo i volumi, in particolare tutti quelli in edizione economica o alcuni fumetti della Panini.
  • Amo leggere riviste nella vasca da bagno, soprattutto Vanity Fair, Focus e Wired (anche a costo di qualche incidente).
  • Tendo a non prestare: sono stati troppi i “desaparecidos” o quelli ritrovati in pessime condizioni.
Direi che è tutto qui, e in effetti a rileggere tutto mi sembra più che sufficiente. Adesso torno alla lettura di: Oblio di David Foster Wallace, La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo di Audrey Niffenegger, La mia vita per la libertà di Gandhi, Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro e Just Kids di Patti Smith.

giovedì 21 aprile 2011

Del parco, dei Post-it e del caso


Nel 1970 un signore di nome Spencer Silver inventò i Post-it.
Per sbaglio.
Con l’obbiettivo di sviluppare un collante potentissimo, si ritrovò a formulare un adesivo appiccicoso e totalmente inutile ai suoi progetti. Un suo collega, qualche anno dopo, ebbe l’intuizione di usare quel debole adesivo per applicare dei rapidi segnalibri su un libro di inni sacri. Con quell’idea nel giro di qualche anno i due fecero fortuna
E il resto, come si usa dire, è storia.
Morale: puntando in alto, sognando, si possono trovare gioie disattese anche a metà strada.

Tornando a me. Da qualche giorno, ora che il clima udinese si è fatto più mite, frequento un parco che dista un centinaio di metri da casa mia: ci vado per scrivere e leggere, siccome i rumori non sono mai stati un problema e senza che qualche skater, parkouer o calciatore dilettante riesca a distrarmi.
Forse pensano anche che io sia pazza. Ed è molto probabile che il primo giorno abbiano creduto che fossi una strana hippie alla ricerca di funghi allucinogeni; passeggiavo guardando gli alberi minuziosamente e cercandone uno con il tronco perfetto per la mia schiena.
Dopo qualche prova piuttosto imbarazzante, neanche fossi parente di Sheldon Cooper, ho trovato un vecchio acero perfetto per me; le sue fronde donano una sensazione di pace indescrivibile e un notevole aiuto all’immaginazione.
Ovviamente non sono l’unica che va lì a leggere o studiare: osservando gli altri ragazzi ho notato che, oltre a chi tiene il libro sulle gambe o dritto davanti agli occhi, e a chi prende appunti su vecchi block-notes o su potenti - quanto piccoli - notebook, c’era una ragazza che come me ha la mania dei Post-it.
Ne attaccava a decine su un grosso libro di Samuel Beckett, riportando moltissimi appunti su un quaderno blu. Guarda caso somigliava pure a Sarah Jessica Parker e mi ha fatto ricordare un episodio poco simpatico legato appunto ai Post-it.

Ho notato quanto il suo libro fosse nello stesso stato dei miei: ne appiccico moltissimi sui bordi e al centro delle pagine; sia per ricordare frasi, titoli e parole desuete, che per ricordare tutte le sensazioni che mi hanno accompagnata nella lettura.
È lo stesso motivo per cui conservo scontrini, lettere e cartoline tra le pagine di parecchi romanzi; giusto qualche giorno fa ho ritrovato, in Fanculopensiero, il conto esorbitante di un bar di Venezia dove avevo mangiato prima di un concerto in Piazza San Marco (Post-it-promemoria: non andare mai più in bar di quella zona).
A lettura ultimata, come faceva quella ragazza dai capelli ricci, riapro il libro dall’inizio e ricopio gli appunti su un taccuino Moleskine. È anche grazie a quegli appunti che, con il tempo, ho teso a ricordare sempre dettagli che gli altri considerano insignificanti, finendo anche per dimenticare cose più importanti.
Grazie a quei Post-it e a quei ricordi che ogni tanto recupero, finisco con lo scrivere cose di cui non avrei creduto di essere capace. Ecco, diciamo che l’invenzione accidentale di quell’uomo - dei banali pezzi di carta - è diventata parte importantissima della mia vita.
Così, per caso.
Ed è appunto questo uno dei motivi per cui leggo e scrivo: le parole imprevedibili di chiunque, possono essere la fonte di cambiamento nella vita di qualcun altro.
Se riuscirò a scrivere qualcosa che farà la giornata di qualcuno e sentirò che questo l’ha realmente aiutato, beh, sarò pienamente soddisfatta.
E brinderò con dello Champagne… un’altra invenzione casuale.

P.S. Franz mi fa notare che sono una rompiballe immane quando non scrivo abbastanza. Da ieri gli ho dato un po' di tregua. :)
P.P.S. La foto è dell'albero di fronte al mio acero.

lunedì 11 aprile 2011

Degli attimi di assenza


In questi giorni sono stata sopraffatta da un sogno e dalla messa per iscritto del racconto che mi ha suggerito. Più lungo del previsto, in effetti.

Giusto stamattina, mentre ero bloccata dalla scrittura di una scena complessa, ho trovato nell’immagine qui sopra le sensazioni che mi mancavano per proseguire, e ho ripreso la penna in mano con più voglia di prima.
Ho recuperato anche "Se avessi..." e sento che le cose si svilupperanno al meglio,: conto di pubblicare entro qualche giorno.

Ci sono, ma la mente è catturata da quei racconti, da altre storie di cui sto leggendo, dallo sviluppo di uno stralcio che si chiamerà Il campo dei desideri e dalla mia giovane pagina di Tumblr.

Nei prossimi giorni sarò a Sorrento, e son sicura di trovare ispirazione anche lì. Come in tutti i viaggi del resto.

venerdì 1 aprile 2011

Delle scene che avrei voluto scrivere.


Da aspirante sceneggiatrice e profonda amante del cinema, mi è capitato spesso di essere catturata da alcune scene e di aver desiderato profondamente di essere capace di scriverle.

In ordine sparso, queste sono quelle che più mi hanno impressionato e a cui spesso mi ispiro:
1) il dialogo tra William Parrish e sua figlia in Vi presento Joe Black: la bravura di Hopkins è innegabile, lui sarà sempre uno dei miei attori preferiti; trovo che quel dialogo rappresenti moltissimo la mia visione dell’amore.
2) Amélie Poulain, il suo mondo favoloso: perché amo anche io i piccoli piaceri della vita.
3) Il discorso iniziale di Full Metal Jacket, perché molti dei miei amici maschi me l’hanno ripetuto talmente tante volte da finire anche io col saperlo a memoria.
4) Il monologo di Robin Williams in Will Hunting.
5) Will Smith, in La ricerca della felicità, che piange in mezzo alla folla dopo aver ottenuto il lavoro agognato. Sarà che ho vissuto esperienze simili a quelle narrate, ma mi stavo commuovendo anche ora riguardando il video.
6) V e la sua frase rapida sulla potenza delle idee.
7) Edward Norton, in La venticinquesima ora, che manda a fanculo parecchie cose che manderei a quel paese anche io.
8) Il discorso finale di Al Pacino in Profumo di donna.
9) Le parole di Benjamin Button, sia la scena dei casi della vita che il finale. Bellissimo.
10) I ponti di Madison County, quando Francesca guarda Robert nel furgone davanti al suo: credo sia una delle scene più intense del cinema americano di qualche anno fa.
11) Tutto Forrest Gump, soprattutto il suo monologo davanti alla tomba di “Jjjenny”, quando parla del fatto che sia il destino che il caso governino la nostra esistenza. È uno dei miei film preferiti.
12) Quando Rossella O’Hara promette con il pugno alzato di non patire più la fame.

Adoro anche tutti i film di Woody Allen, Una notte de leoni, The Snatch e Harry ti presento Sally. Per non parlare dei telefilm! Probabilmente hanno provocato un’ulcera a più di qualche persona.
Vorrei farmi una chiacchierata con alcuni di quei sceneggiatori, tipo con J.J Abrams e i cognuci Palladino. Li porterei in un bar e li farei sedere con calma, ordinerei un caffè e dopo averlo mescolato chiederei semplicemente: “Perchèèè?”.
Certo, dopo aver alzato le mani al cielo a riprova dei tanti stereotipi che hanno su noi italiani.
Vorrei scrivere commedie come Nancy Meyers, ma con un tono comico alla Mel Brooks: chiedo troppo?

P.S. Su Autori per il Giappone trovate anche il mio racconto.
P.P.S. M'ero dimenticata di questa scena da L'attimo fuggente (grazie Ariano!).
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