giovedì 24 marzo 2011

Del dualismo caratteriale


Sarà che ultimamente sto riguardando vecchie puntate di Heroes e mi rivedo parecchio in Nicole, o sarà anche perché al cinema ho apprezzato Black Swan e i suoi mille significati sottili, ma di recente ho riflettuto molto sulla presenza di un potente dualismo anche nella mia personalità.
È una cosa di cui mi sono accorta più o meno attorno ai 15 anni, quando come molte adolescenti avevo una parte parecchio melodrammatica e impacciata, e un’altra fin troppo sicura di sé e vagamente trasgressiva.
Non ho mai dato un nome all’altra me, come la spogliarellista di Heroes, ma diciamo che tra i nomi femminili che più mi piacciono c’è Vanessa e per comodità la chiamerò così.

Stamattina una s’è svegliata con la voglia irrefrenabile di ascoltare Bach o qualcosa di New Age, l’altra voleva solo un cd dei Pink Floyd o dei Puddle of Mudd (in particolare di questa).
Una aveva voglia di yogurt e fette biscottate, l’altra avrebbe fagocitato una colazione americana unta e bisunta.
Vanessa voleva leggere il giornale, io di immergermi di nuovo nel romanzo lasciato sul comodino, quello col segnalibro con scritto Ti sei addormentata qui.
Una non riesce proprio a sopportare i romanzi di Federico Moccia, e all’altra… no, proprio no, quelli proprio non mi piacciono.
Una parte adora guardare commedie romantiche come “Harry ti presento Sally”, l’altra le odia per la caterva di disillusioni amorose che le hanno iniettato durante la crescita.
Io vorrei saper dare seconde occasioni e dimenticare, Vanessa porta rancore e non riesce mai a mettere una pietra sopra ai torti.
Sempre lei è quella che ha voglia di andare a fare una passeggiata per approfittare della bella giornata, mentre io oggi mi trascinerei per la casa con addosso solo una maglia oversize, piagnucolando per starmene stesa sul divano.
Non credo si concederanno mai una tregua, ma va bene così: il combattimento con me stessa e i miei pensieri è il mio sport preferito, e dopotutto credo sia anche abbastanza normale.
Vanessa di recente ha scritto qualche paragrafo crudo e insanguinato, e io la lascio fare: mi piace scoprire nuovi lati oscuri della mia personalità. Uno di questi stralci, forse uno dei più tranquilli, lo potete trovare a questo indirizzo.
Per finire, entrambe annunciamo la nascita del nostro primo bellissimo nipote.: Giacomo è uno dei cuccioli d’uomo più belli che io abbia mai visto. Ogni frammento di me ne è perdutamente innamorato.

P.S. Dopo aver finito di scrivere questo post ho parlato con Franz di questa cosa: lui si dice spaventato e ha commentato dicendo solo Una basta e avanza!.
P.P.S. Dopo altre due ore dalla stesura del post, Franz ha fatto cadere dalle scale un sacchetto pieno di vasi di vetro sporchi. Avendo dovuto ripulire tutto, tra qualche parolaccia e mal di schiena, Vanessa ha avuto la forte tentazione di maledirlo in almeno 6 lingue, aramaico compreso.

giovedì 17 marzo 2011

Della Terra e delle azioni utili.


Mi ero ripromessa di non scrivere di cronaca in questo mio spazio: ne discuto già da altre parti, e sono arrivata alla triste conclusione che parlare e basta, in questo campo, non serve a niente. E questo ragionamento lo uso sia per la situazione attuale del Giappone che per la crisi del nostro paese.

Poi, in questi giorni, mi sono sentita come se anche sotto i miei piedi la terra non fosse stabile e sicura, e ho riflettuto su alcune cose. Come in tutte le situazioni della vita, bisogna informarsi, capire e muoversi per risolvere il problema. Amo scrivere e discutere: ma le parole qui non bastano, io preferisco essere pratica.

L’Italia festeggia 150 anni. Anche grazie a questa giornata, spero che si ritrovi l’energia patriottica per rimetterla in ordine: ascoltando la voce di chi la abita, mettendo da parte le chiacchiere inutili scambiate sorseggiando un caffè, smettendo di vivere passivamente; cercando di smetterla di crogiolarsi in situazioni imbarazzanti, finendo di dare al mondo intero materiale per essere sbeffeggiati come il paese di spaghetti, arte e mafia.
A molti chilometri da noi c’è un popolo che cerca di rimettere in sesto la terra che li ospitava: hanno iniziato a lavorare da subito, in seguito a che quel terribile evento che ha ferito le loro esistenze e le loro anime, raccolti in un silenzio tipico della loro cultura e con una forza di volontà degna di stima.

In entrambi i casi, e lo affermo da affranta cattolica, meglio attivare le mani prima di usare il tempo per pregare: aiutiamoci, che il ciel ci aiuta.
Per quanto riguarda noi, la sana informazione e la possibilità di esprimere la nostra opinione quando ci verrà chiesto, probabilmente è gran parte di quello che noi umili cittadini possiamo fare. Se siete preoccupati sul tema del nucleare in Italia, potete informarvi su quello che ha intenzione di portare avanti Greenpeace. Se aveste informazioni su qualche evento concreto da poter sostenere, sarei lieta di venirne informata.
Per il Giappone e i suoi abitanti, potete fare delle donazioni alla Croce Rossa e all’Unicef a questo link, aiutare Save the Children e il suo Fondo Emergenze per i Bambini, sostenere Medici Senza Frontiere.
Se credete possa servire, infine, meditate. In direzione di qualsiasi forza universale credete governi questo mondo.

mercoledì 9 marzo 2011

Della tua assenza e del mio inizio.


Di lettere te ne ho scritte tante, ma quasi tutte solo nella mia mente. Alcune ti avrebbero tolto la notte, altre erano piccole quanto un post-it.

Ho visto le foto del tuo matrimonio. Non ci sono venuta perché ho scelto così, perché dopo una lunga riflessione - nell’attesa della tua seconda telefonata - ho capito che fingere che tutto sia passato e mescolarmi tra l’altra gente, contraendo i muscoli del viso in una smorfia di sorriso, sarebbe stato ipocrita. E nonostante quello che avranno detto alcuni dei presenti non vedendomi lì, io non lo sono.

La gente giudica sempre; anche io lo faccio involontariamente, ma sto cercando di smettere. Come sono riuscita a smettere di preoccuparmi che quei loro pensieri mi feriscano: perché ciò che ho fatto è sempre stato spinto da un motivo buono, anche quando gli altri non riescono a vederlo e non mi permettono di spiegare. Non compio azioni per il gusto di farle, non perdo mai le redini delle mie scelte. Sono fin troppo riflessiva.

Dopo un anno e mezzo che non ti facevi sentire, mi hai chiamata per dirmi che ti saresti sposato da lì a un mese. Sarebbe ora di incontrarsi per far pace… così quel sabato puoi venire: così mi hai detto. E io ti ho risposto che le cose da sistemare erano troppe, che lo sapevi, ma che ci avrei pensato.

E così ho fatto, ci ho riflettuto veramente.

Solo che poi ho pensato a quanto tempo prima avevi saputo quella data, e a quante settimane avremmo avuto per discutere e chiarire veramente, prima di ritrovarci al municipio. Lì la mia gola s’è chiusa, ho pianto un po’ tra le braccia di colui che mi sta accanto, e che neanche conosci. E ho deciso di non venire, lasciando uno spiraglio aperto ad una tua eventuale richiesta testarda che puntuale non è uscita dalla tua bocca. E quindi stop. Non ne valeva la pena. Come sempre.
Avrei voluto che tenessi duro, perché chiedermi di esserci non mi bastava. Avrei voluto mi chiedessi di risolvere tutto perché lo sentivi veramente, non per convincermi a venir là a sorridere tra la folla. E in quel preciso momento avrei voluto dare a me stessa tutte le carezze che non mi hai mai regalato.

Ho perdonato tante persone quando mi hanno fatto male, ho perdonato me stessa per avermi fatto del male e per aver creato danno ad altri, e non è stato facile.
Ma mi spiace, non riesco a perdonare te, perché tra tutte quelle colpe che la gente imputa a me, si celano tutte le tue – quelle che le persone non conoscono.

Da figlia, ti dico che non sono venuta perché non credo il mio cuore avrebbe sopportato altre delusioni. Di possibilità per sdebitarti delle tue mancanze te ne ho date: tu hai continuato a provarmi di non meritarle. Sono cresciuta non credendo alle promesse, ma non te ne faccio una colpa.

Così, mentre giuro a me stessa che è l’ultima volta che piango per te – una delle poche promesse che non son mai riuscita a mantenere - esprimo il mio augurio per te e per la tua vita. Perché, nonostante tutto, sono felice che con questo gesto tu mi abbia chiarito quando si possa mettersi gli errori dietro alle spalle, perdonare se stessi e andare avanti. Anche se mi sarà sempre incomprensibile il come tu ci sia riuscito.

Però, mi dispiace, ho smesso di perdonarti. Il mio corpo, con ogni muscolo, si rifiuta di farsi trascinare da altri turbini di sconforto, ammassi di fazzoletti e morsi alle lenzuola. Mi sono imposta di smetterla di farmi ferire, ma senza darti colpe: quella è una cosa che hai sempre fatto tu, e sto cercando di non somigliarti.

Domani compio gli anni, mi chiedo se te lo ricordi. Sono la maggioranza quelli che non abbiamo festeggiato assieme. E sono in maggioranza quelli che ho dannatamente passato a pensare anche a te: sognando il tuo arrivo a sorpresa, sognando delle scuse che non ti sei mai portato dietro.
Domani però mi obbligherò a pensare a me, di rimandare a venerdì la valanga di biancheria di stirare, di mettermi in ghingheri, di realizzare la mia vita così come la sogno e di pensare a un nuovo inizio.

L’hai fatto anche tu. E me lo merito.

martedì 8 marzo 2011

Dell'altro inquilino.


Quello in basso è l’altro inquilino, l’animale più morbido che abbia mai accarezzato. Quando si addormenta a pancia in su gode nel farsi strapazzare come fosse un anti-stress. Lui non guarda spesso fuori come Pepe, ha paura dell’altezza.
Passa molte ore in una cuccia foderata di pile blu elettrico, piazzata sotto il termosifone; gli piacciono lo yogurt alla fragola, le albicocche secche e le Pringles; farsi spazzolare il lunedì stando fermo come uno degli Aristogatti e poi stendersi sul parquet illuminato dal sole. È molto elegante, se non fosse per quello strano miagolio che emette quando corre per la casa, simile al rumore di una macchina da formula uno in curva.
L’ha trovato mia madre qualche anno fa durante un’acquazzone, accucciato sulla soglia di casa e ancora troppo piccolo per aver gli occhi aperti. L'ha chiamato Pippo, forse perchè pè .
Sono passati più di cinque anni; ha traslocato con me già quattro volte e secondo i miei progetti ci sposteremo assieme tra quattro anni, per l’ultima volta.
Ama nascondersi dentro gli scatoloni: in tutti quei trasferimenti ho rischiato spesso di impacchettarlo tra enciclopedie e libri di Stephen King.

Caratterialmente è molto diverso da suo “fratello”: tende a starsene per le sue, salvo quando si piazza vicino a me mentre faccio il bagno, camminando sul bordo della vasca per farsi accarezzare dalle mie mani bagnate, forse anche per il ricordo di quel temporale.
Pepe gli fa un po’ da padre, anche se a vederli sembrerebbe lui il più piccolo. A lui non piacciono le patatine, preferisce cose da gatti; avvolgersi negli asciugamani, starsene seduto sul bracciolo del divano come un Gargoyle e farsi coccolare da me solo quando indosso l’accappatoio, girando in tondo per una decina di volte prima di trovar pace.

Li adoro, anche quando rovesciano intere cartucce di colore per la stampante, riempiendo il pavimento di impronte e tingendomi le mani come a quattro anni, quando coloravo finendo con i palmi dipinti come un quadro di Mirò.

A distanza di due giorni ho ancora le mani rosse, il colore non vuole andarsene, ma ogni volta che le osservo ripenso a quanti ricordi questa strana convivenza mi abbia regalato, e sorrido.

P.S. Per la categoria “Stralci d’Ispirazione” ho pubblicato il primo pezzo a questo link.
P.P.S. Buon 8 marzo a tutte le donne.

venerdì 4 marzo 2011

Dei viaggi brevi e del clima emiliano


Il viaggio è andato molto bene, le esposizioni sono state interessanti e piacevoli. Avendoli studiati al liceo ho riconosciuto qualche quadro poco famoso di Renoir e di Monet, ma per altri ho trovato un po’ strana la scelta di collocarli in un contesto unico, quando a mio modesto parere c’entravano poco con il filo che avrebbe dovuto unirli.
La cosa che più ho apprezzato – per quanto mi abbia sconvolta – è stata l’inattesa visita al Museo della Tortura: 8 euro per uscirne più pallida di quello che sono già, oltre che perplessa per la scelta delle musiche de Il Patriota come sottofondo a sedie acuminate e tenaglie aguzze.

Dei viaggi del fine settimana amo il panino ripieno preparato prima di partire, e mangiato con abili mosse d’equilibrio dopo aver passato i due pini di Padova; il parlare come se si ci fossimo conosciuti il giorno prima, nonostante siano già passati più di due anni; ascoltare CD a tutto volume, passando dai Queen ad un concerto con musiche di tutti e tre i signori Strauss, regolando i bassi per godersi l’armonia e non per rimbambirsi come dei tamarri, agitando le mani in aria (io) per dirigere Il pipistrello con briciole di pane che volano sul cruscotto.
Amo anche arrivare all’hotel e scrutare la stanza come fossi un agente dei Nas (sono un po’ maniaca della pulizia negli alberghi), per poi spostare la tenda grigia e sentire il cuore rimbalzare per quella splendida visuale sul mare di Rimini, malinconico come piace a me.
San Marino è stata un vera scoperta: gente cordiale, paesaggio splendido.
E poi è iniziato a nevicare, a riprova che dovunque vada io a marzo il clima si capovolge: l’anno scorso ho portato neve anche alle terme di Bibione.

Non vogliatemene cittadini di quella zona, potete pure maledire me per il tempo di questi giorni, non importa. Vi comunico comunque che il vostro accento e i vostri cibi sono decisamente adorabili, e che tornerò.

P.S. Un ringraziamento a Manuela per le dritte su Rimini. Alla fine ce ne siamo stati in camera a mangiare gelato e patatine fritte. Altra cosa da aggiungere alla lista sopra: mandare a quel paese qualsiasi regola alimentare.
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