venerdì 25 febbraio 2011

Dell'amore per il cibo.


Questa mattina mi sono svegliata di buon umore: ho bevuto il mio caffelatte sfogliando il Corriere, ho maledetto in aramaico la caldaia non funzionante (non ho permesso alla mia allegria di farsi intaccare) e ho sistemato casa ballando la vecchia sigla di Zelig, in loop per una buona mezz’ora. Sono certa di aver consumato tutte le calorie degli Abbracci che ho sgranocchiato per colazione, ed erano molti.

Non amo diete e palestre: a un’ora di tapis-roulant - se proprio devo smaltire un’abbuffata - preferisco una lunga camminata nel parco o altri metodi casalinghi per scacciare la ciccia, dopotutto basta ingegnarsi.
L’esercizio che preferisco è appunto ballare per casa come una cretina, sventolando la spazzola come un microfono e agitandomi come fossi Freddie Mercury.
Per intenderci: io al ristorante non ordino solo insalata. Sono più il tipo da costine di maiale, cosce di pollo croccanti, porzioni abbondanti di patate al forno, carbonara, lasagne al radicchio trevigiano e salsiccia, polpette alla noce moscata e spinaci al burro, rombo al forno, pane e salame, ravioli al vapore, gelato al cioccolato (dolce-ma-un-po’-salato), sfogliatelle sorrentine e chi più ne ha più me ne porti al tavolo.
Si nota che questa parte l’ho scritta prima di pranzo?

Ecco, il fatto è che da quando a ottobre ho traslocato per l’ennesima volta (da qui a qui), ho dovuto preoccuparmi di dar da mangiare anche per un’altra persona; quando si vive da soli ogni tanto si ha voglia solo di panini, cereali e patatine fritte.
Mi piace cucinare e credo anche di esserci portata: osservo mia madre mia nonna mentre preparano leccornie da molti anni, da quando portavo ancora i capelli alla Fantaghirò e i pantaloni con le toppe sulle ginocchia. Solo che adesso cucinare bene è diventata un’ossessione. I primi mesi non facevo che segnarmi, come una tabella di marcia, cosa avrei preparato per ogni pasto e quando andare a comprare l’occorrente; volevo preparare qualcosa di completamente diverso ogni giorno, finendo per inventare abbinamenti anche piuttosto bizzarri (condii del radicchio con una salsa al porro talmente forte da far lacrimare).

Vivere con qualcuno ti porta a doverti abituare a piccole abitudini culinarie che non avresti mai pensato di dover affrontare. Poi, per fortuna, con il grande aiuto di qualche video ricetta e di (un’anima pia) una conoscente che mi regala verdure fresche ogni settimana, ho fatto parecchia pratica: posso affermare con orgoglio di aver imparato a cucinare quasi tutte le pietanze lì sopra, quelle che mi rifiuterò sempre di sostituire con petti di tacchino insipidi e verdure al vapore.
E anche assicurarvi che il mio ragazzo è ancora vivo, e sano.

Il problema è che mi piace troppo mangiare, non avrei potuto fare altrimenti. Dovrei annoverarlo nella lista dei difetti del post precedente?
Approfitto di questo spazio per chiedervi l’indirizzo di qualche buon ristorante a Rimini e a San Marino: questo fine settimana sarò lì per due mostre sul mio amato Impressionismo.

P.s. Alla fine il film l’abbiamo visto: Franz s’è addormentato verso la fine, io invece l’ho guardato per intero e devo ammettere di non esserne rimasta estasiata. Storia particolare e tante scene di nudo dei due protagonisti: credo saranno in molti ad aspettare la versione Director’s (Porn) Cut.

lunedì 21 febbraio 2011

Dei difetti e della R.


- Mamma, mi hanno detto che ho una brutta malattia. – dissi io piangendo.
- Santo cielo, che cos’hai? – rispose mie madre preoccupata, abbracciandomi.
- Ho la erre moscia! – urlai disperata nel vecchio corridoio della scuola, poche settimane dopo l’inizio della prima elementare.
Con quella erre, che dopo qualche anno scoprii essere francese e non moscia, ho avuto un rapporto conflittuale per molto tempo.
La mia non è fine, aristocratica e forse un po’ snob come quella di Agnelli; la mia è una erre al cubo, una Rrr. Quella da ramarro marrone: simpatico capitano di richieste stupide e spesso accompagnato dai suoi compari trentatré Trentini.
Che guerra inutile è stata. Durante l’adolescenza quasi mi vergognavo a presentarmi: avevo anche iniziato a cercare sinonimi per tutte le parole che avessero molte erre.
Mi vergognavo anche a cantare se non in inglese: in quel caso mutavo la erre in una L come quella del Mago Forest, e finalmente la cosa non si notava tanto.
La crisi toccò il suo culmine l’anno in cui comprai il mio primo cellulare: un Nokia 3330.
Te la sei anche cercata, direte voi. E infatti il Karma rispose offrendomi la capacità di balbettare quando ero sotto stress. Che angoscia!
Sono anche un po’ distratta e quando qualcuno mi saluta per strada, complice l’astigmatismo, spesso non ricambio e continuo a camminare disattenta. Finisco così per sembrare anche maleducata, invece che una timida tartagliante.
Adesso che sono donna ho altro di cui preoccuparmi, tipo la mia carnagione alla svedese e le mie cosce sempre troppo grosse – si sa che noi donne non siamo mai esteticamente soddisfatte.
È stata dura combattere tutte queste lotte, ma per fortuna ho imparato ad amarmi così; sono stata accompagnata da qualcuno di meraviglioso, che ha saputo farmi crescere apprezzando ogni mia imperfezione e non rendendomi debole, perché in quei casi credo ci sia poco da fare.
- Tesoro, puoi rispondere pure che in famiglia ce l’abbiamo quasi tutti quella malattia!

giovedì 17 febbraio 2011

Dell'ispirazione e del Karma.


- Fra, mi porti a vedere quel film con quel fustacchione (presunto gay) che mi piace tanto?
- Non so… forse.
- Va bene… andremo a vedere qualcos’altro - continuo io fingendomi imbronciata con il labbro tremulo.
La conversazione cade e inziamo a parlare di tutt'altro.
Dopo un paio di ore, appena uscito di casa per tornare al lavoro, Francesco mi inoltra un sms che la Tre gli ha inviato qualche secondo prima. Il messaggio recitava:
Al cuor non si comanda. Lo dice anche la commedia Amori e altri rimedi con Anne Hathway da venerdì al cinema. Buona visione con la tua Card GrandeCinema3.
Io sorrido: sarà il Karma? Forse sì, sono stata buona ultimamente.
Come al cuor non si comanda, anche a una mente serena non si può dire nulla, neanche ordinarle di dare un freno alla matassa dell’ispirazione. Ho ripreso in mano “Se avessi…” e in pochi minuti ho buttato giù il prossimo pezzo e anche alcuni dei successivi.
Succede così. Sono molti i giorni in cui quella matassa si fa odiare profondamente, ma non posso farci nulla.
Nel frattempo inizio a pregustarmi, maliziosamente, quanto possa essere divertente portare un uomo a vedere un film di quel tipo, tratto da un libro dal titolo lampante.

mercoledì 16 febbraio 2011

Della depressione e del rialzarsi.


La depressione e il panico sono due bestie viscide, tentacolari, che ti seguono come aliti freddi: la prima vestita di pesanti catene, come uno degli spiriti di Dickens, ti sale sulle spalle come un grosso avvoltoio; l’altro ha il volto simile all’Urlo, con alle spalle vortici agitati e crudeli, su uno sfondo grigio sfocato di nebbia, con artigli pronti ad avvicinarsi.

La depressione ti rinchiude in una vecchia bottiglia di vetro, ti ci schiaccia sul fondo freddo, ti leva il respiro come un tappo di sughero umido, ti agita nel mare confuso, facendoti sbattere contro le pareti tonde dei tuoi ragionamenti, facendoti tornare sempre al punto di partenza. Poi ti trascina nell’oceano più scuro.

Quello dove perdi ogni cognizione di te stesso, ogni orientamento: anche quando cerchi uno spiraglio di luce e ossigeno, quella bottiglia ti trascina ancora più a fondo, facendoti credere che non troverai mai sollievo, e che quella è l’unica fine che ti sei meritato.

Ti sbatte con agitazione finché ti svegli, avvolto nelle coperte fin sopra alla testa, sentendo il tuo respiro andar di pari passo col tuo cuore, quel battito che tenti subito di soffocare stringendo gli occhi, perché preferisci tornare in quell’oceano profondo.

Come se essere ancora vivo non fosse un sollievo.

Sbatti la tua vita fissando le pareti della tua stanza, con le tapparelle perennemente abbassate costringi la luce fuori dalla finestra, come se quei raggi potessero salvarti da una fine che vedi inevitabile, e tu non vuoi che ciò accada, non vuoi schiodarti da quella conca in cui ti sei steso per soffrire.

Ogni parola di chi ti ama ti sembra inutile, ti convinci che non stiano veramente tentando di aiutarti, ma solo di afferrare qualche informazione dalla tua vita per migliorare la loro.

Poi, quando anche la gola ti si stringe e senti ogni boccone infiltrarsi e aggrapparsi all’esofago per non scendere, sentendolo cadere con un tonfo nello stomaco, preghi di tornare nuovamente nell’oceano, perché è solo lì che finisci per sentirti al sicuro. Preferisci rannicchiarti sul fondo.

Ma basta un attimo, la forza di qualcuno abbastanza generoso da donartene un po’: quella poca energia, quello spiraglio di luce, ti farà spingere via il tappo della bottiglia, ti farà prendere fiato e nuotare contraendo ogni muscolo, per giorni, convincendoti che ne vale la pena, che quando respirerai e guarderai la luce capirai il perché, collegherai i punti. Il senno di poi.

Solo chi ci è passato può capire concretamente questa malattia. Io mi auguro che siano in pochi a comprendere davvero. Perché fa male.

Nel mio caso, queste sensazioni terribili son nate dalla paura, dal panico del “fuori”, dal terrore della gente e dalla mancanza di ossigeno. Dalla mancanza di autostima. Poi ho ripreso aria, ho accettato l’energia che si cercava di donarmi e l’ho ritrovata in me, mi sono rialzata anche se con le ginocchia sbucciate e la testa confusa. E ho capito quanto questo sia meraviglioso.

domenica 13 febbraio 2011

Della tenacia dei miei eroi.

Secondo alcuni scienziati e importanti testi di tecnica aeronautica, il calabrone non potrebbe volare: a causa della forma e del peso del proprio corpo in rapporto alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa e perciò continua a volare.
Igor Sikorsky

Non sono solita parlare attraverso citazioni di questo tipo: non vorrei finire col diventare, come direbbe Bersani, “la copia di mille riassunti”. Proprio non mi piace chi parla solo attraverso quello che ha letto su un libro, o su un biglietto che avvolgeva un cioccolatino. Credo che certe parole vadano custodite dentro di sé, assaporate e digerite, facendole diventare fonte di riflessioni più profonde e non di semplice ripetizione a memoria.

Amo immaginare il primo calabrone esistente: lo vedo come un piccolo insetto che non voleva arrendersi, che provava a spiccare il volo da una foglia senza pensare a quello che alcuni parassiti dicevano di lui, riuscendoci poi con grande soddisfazione e lasciando all’evoluzione il compito di portare avanti quel suo grande sforzo.

Tenacia, coerenza e bontà sono le qualità che per me più meritano stima e rispetto.

Per me eroe è la definizione di qualcuno a cui vorrei somigliare; qualcuno da cui carpire insegnamenti: chi non s'arrende, chi prende una decisione e la porta avanti, chi sorride per annegare il dolore, chi è coerente e anche chi sa umilmente cambiare idea, chi crede in se stesso, chi ha doti positive e le usa per migliorare il mondo, chi conosce, chi fa del bene e chi se lo merita.

Provo un’immane tristezza osservando che per essere considerati idoli basti soltanto preoccuparsi di oggetti, di grandissimi pettorali, di ignoranza e volgarità.

Come i miei eroi, vorrei poter far qualcosa per cambiare questa situazione: ma non so veramente da cosa cominciare e da che foglia partire. Devo solo continuare a volare come se niente fosse? In questo momento, con questo piccolo sfogo, proclamo il mio assoluto sconforto.

mercoledì 9 febbraio 2011

Della mamma perfetta.


Alla mia età mia madre aveva già con sé quel rompiscatole di mio fratello. Dico così perché nei primi anni di vita l’ha fatta veramente dannare; sveglia ad orari improbabili e pianti isterici (di entrambi, mi sa).

Con me è stata più fortunata: io piangevo solo ogni tanto per stare al centro dell’attenzione, il tempo restante o dormivo – senza svegliarmi durante la notte - o mangiavo.

Adesso che sono circondata da molte fanciulle in dolce attesa, mi capita spesso che mi venga chiesto quanto manchi al mio turno. Su questa simpatica domanda ho da aprire delle piccole parentesi:

  • Ho messo su qualche chilo, sì, ma non sono incinta. Al primo che si avvicina per palparmi la pancia sarò ben tentata, scostando ogni traccia di buona educazione ed eleganza, di versare qualche imprecazione o sputare in faccia.
  • Ma tu – da me – che – cosa – vuoi?
  • Ho troppa paura, essendo geneticamente possibile, che mio figlio prenda da mio fratello.
  • Ho la certezza biologica, essendo stati afflitti entrambi da manie di protagonismo in infanzia, che mio figlio prenda da me e dal mio compagno.
  • E nei miei progetti futuri, ma non immediati.

Tornando a noi, diventare madre è, come detto sopra, uno di quei progetti che credo si realizzerà al massimo nei prossimi dieci anni. Quando potrò, quando capirò di esser pronta o quando semplicemente accadrà (sempre e comunque usando la testa e i due appunti precedenti).

Non sono stata una figlia esemplare. Certo, a scuola andavo più che bene, ma ho commesso sbagli e detto cose che nessun genitore vorrebbe mai dover affrontare. Durante l’adolescenza mi son sentita incompresa. Credo che capiti a tutti.

Ho riflettuto su quali siano gli errori che desidero assolutamente evitare, cominciando appunto dalla paura di non comprendere sempre la mia progenie: cercherò di osservare sempre il punto di vista di mio figlio, anche quando sarà molto piccolo, perché credo che l’innocenza sia uno dei migliori punti da cui guardare il mondo.

Essere una madre perfetta è un desiderio impossibile con cui si scontrano tutte le donne desiderose di mettere al mondo un pargolo, scostando poi quel desiderio con la paura di non essere all’altezza. La mia paura è quella di non trovare un sano equilibrio tra la permissività e l’eccessiva protezione: voglio crescere una personcina capace di affrontare gli ostacoli che gli si porranno davanti, che non si aspetti di trovare sempre tutto pronto.

Desidero riuscire a trasmettergli i valori giusti, non farlo crescere convinto che l’arroganza sia il modo migliore per farsi strada e che il denaro sia il bene primario. Cercherò di non essere ossessiva e di coltivare invece l’onestà e il rispetto, anche sapendo benissimo che se un figlio vuole combinarti qualche guaio alle spalle, te lo combina comunque - e lo so perché, come dicono sempre i genitori, “sono nato prima io”.

Cercherò di mantenere i miei attimi di svago (che probabilmente diverranno pure valvole di sfogo), perché compiere atti di sano egoismo e pensare alla mia serenità, non potrà che rendermi una madre migliore.

Non voglio caricarlo di aspettative, imponendogli una strada da seguire, ma voglio lasciarlo libero di scegliere che passione e inclinazione seguire – come fortunatamente sono stata io – valorizzando il suo vero essere, seguendo il suo cammino come un’ombra silenziosa.

Lo lascerò sbagliare, perché capita anche quando si nasce con una predisposizione all’assoluto controllo degli eventi, e soprattutto gli insegnerò a perdonare se stesso, perché è importante quanto saper perdonare gli altri.

Quando sarà il momento giusto, poi, lo lascerò libero di crescere volando via dal nido familiare, perché spalancare le proprie ali gli doni soddisfazioni immense.

Quando verrà il mio tempo per mettere in pratica queste esigenze, dopo aver passato mesi a cercar di non farmi palpeggiare la pancia, cercherò di ricordarmi che affidarsi ai consigli di chi c’è già passato può essere saggio, ma non obbligatorio.

Alla fine, in questa come nelle altre relazioni sentimentali, e nella passioni più varie, si tratta di portare avanti un cammino con amore e pazienza. E queste due cose combinate non portano mai né rimpianti né rimorsi.

venerdì 4 febbraio 2011

Del senso di colpa umano e felino.



Lo vedo così, guarda le montagne come se avesse mille domande che ronzano tra i fiori dei suoi pensieri.
Lo osservo, mi ricambia, socchiude gli occhi e muovendo leggermente la testa come per sospirare, torna a guardare fuori.
Lui e suo fratello, arrivati a casa mia da meno di una settimana, si sanno far capire meglio di certi uomini. Sono intelligenti, dotati di carattere diverso e talvolta gelosi l'uno dell'altro. Ma una delle qualità che più apprezzo di loro, caratteristica in comune con i cani, è il fatto che siano dotati di senso di colpa quando hanno comportamenti che il padrone ritiene sbagliati.
Lo sanno dosare al punto giusto quel sottile rimorso: non è nella loro natura eccedere nella contrizione.
Ammirando il suo silenzio, ho pensato che di quel senso di colpa dovrebbero essere munite anche molte persone che ronzano attorno a me, muovendosi come i pensieri nella mente del mio gatto.
Troppa gente compie azioni infami, atti a portare vergogna a persone di coscienza, non curandosi dei sentimenti altrui.
Fuori dalla finestra, dopo qualche minuto, un padrone picchiava un bastardino sul muso. Non so il motivo, mi son sembrati attimi infiniti. Avrei voluto urlargli contro arrampicandomi sul balcone.
Non so cosa stesse pensando prima, magari era incantato dal volo di qualche uccello, forse osservava un moscerino attaccato al vetro, magari era solo una parvenza di malinconia, ma in quel momento son stata quasi certa che io e Pepe stessimo pensando allo stesso modo.

giovedì 3 febbraio 2011

Delle coincidenze numeriche e orarie


La numerologia è uno studio che mi affascina da molti anni: ho avuto un professore che mi ha fatto amare i numeri e la loro applicazione in tutti i campi, affascinandomi con teorie anche troppo strampalate. Da questo è nata la mia passione per i numeri e i loro infiniti usi.

Verso i quindici anni iniziò a capitarmi una cosa curiosa: quasi ogni giorno guardavo l’orologio alle 16:27 esatte. La cosa coincideva con la necessità di uscire in anticipo dal rientro pomeridiano, per poter prendere in tempo il pullman che mi riportava a casa. Come con un comando ad un robot, i miei occhi si direzionavano verso il mio Swatch proprio nell’esatto momento in cui la lancetta dei minuti si sposava. Questa strana routine è andata avanti per quasi due anni, poi ho cambiato liceo, gli orari son cambiati, e la cosa è sembrata scomparire del tutto dalla mia esistenza.

Più avanti, finito con il liceo e con l’Università, la mia vita ha iniziato ad esser scandita dai numeri 16 e 66, e dal mio posare l’occhio sulle 10:06. Quei due numeri compaiono ovunque attorno a me:

  • Sulle targhe delle auto in coda al semaforo;
  • Al al tavolo di molti ristoranti;
  • Sugli scontrini della spesa - appaiono di solito nel prezzo totale o nella cifra degli scontrini emessi dall’apertura della cassa;
  • Nel numero telefonico di persone a me care;
  • Quando osservo casualmente a che pagina di un libro son arrivata - per scegliere se comprare un libro, ormai, vado a pagina 16 o 66: se quello che c’è scritto mi colpisce, è fatta;
  • Nel modello del mio cellulare;
  • Entrambi nel numero di serie del mio portatile – il 16 appare anche due volte;
  • Nella carta di un associazione regionale a cui ero iscritta - il mio numero identificativo è stato 666 per due lunghiiissimi anni.

Per quanto riguarda le 10 e sei minuti, quando ricevo una telefonata importante è spesso in quel preciso momento della giornata o alle quattro di pomeriggio.

Voglio tralasciare il fatto che quei numeri siano spesso negativi, nelle culture antiche e nello studio di cui parlavo all’inizio: le troppe coincidenze inizierebbero a farmi davvero paura. Giusto per darvi qualche dato:

  • Allah significa Iddio. Esso è composto da quattro lettere dell'alfabeto arabo la cui somma è pari a 66 (Alif=1 Lam=30 Lam=30 Ha=5, quindi 1+30+30+5=66). Nel numero di Allah esiste un grande simbolismo e sono contenute le verità di tutte le religioni e della scienza;
  • Il 66 annuncia epidemie e morte violenta, ma è anche simbolo di ribellione e rinascita, di angoscia e disordine;
  • Il 66 rappresenta i simboli di riconoscimento, l'aureola, i gradi, l'alloro, l'urna elettorale;
  • Il numero 16 ha il suo corrispondente grafico nella svastica;
  • Il 16 è un numero ambivalente, simboleggia le avversità, che possono essere benefiche quando portano ad un cambiamento costruttivo, mentre sono negative quando portano l’individuo alla caduta verso la distruzione;
  • La riduzione del 16 lo mette in rapporto con il sette (16 = 1+6=7) e dunque con la perfezione;
  • Il 16 incarna l’orgoglio, le prove della vita, la formazione attraverso gli insuccessi e le disillusioni;
  • Il 16 rappresenta la montagna, il successo nella forma più nobile.

Mettendo da parte la razionalità, voglio aggrapparmi alle definizioni positive ed evitare di farci riflessioni teologiche troppo profonde. La cosa che mi interessa di più, adesso, è sapere se sono l’unica a cui succedono cose simili o meno (ovviamente anche con altri orari o altri numeri).

Per il resto, come direbbe Mentana, “giudicate voi”.

Nella foto: una strada che vorrei attraversare almeno una volta nella mia vita.

Fonti: click, click, click, click.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

ShareThis