domenica 20 novembre 2011

Stralci d'Ispirazione - 7 - Notturno finale

         
Quella sera andò a letto verso mezzanotte. Tardi, considerando che l’indomani l’aspettavano sei ore di lezione tra cui una di concentrazione extra per il compito in classe. Per non parlare del fatto che alla sua età i bambini dovrebbero andare a letto presto, e questo è un dato di fatto.
Seguì meticolosamente il rituale di bellezza che la madre la obbligava a osservare già da un paio d’anni, esaminando il riflesso del suo profilo sul grande specchio ovale di fronte al suo letto. Con delicatezza raccolse i capelli in una lunga treccia, si tolse gli occhiali e con un gesto ormai automatico li poggiò sul comodino con le lenti all’ingiù. Da qualche tempo cercava in tutti i modi di rovinare la montatura che la madre aveva scelto al posto suo, quella che lei trovava tutt’altro che assolutamente adorabile. Lei odiava quei brillantini viola di cui erano tempestati, quelli che la facevano sembrare una fan della disco music tanto quanto sua madre; lei non voleva altro che qualcosa che si addicesse di più alla ragazza che stava diventando.
Prima di addormentarsi ripensò al film per cui era stata sveglia così a lungo. Era una pellicola uscita giusto qualche mese prima, tratta da un racconto strappalacrime e vincitore di molti premi internazionali. Lei solo da poco s’era avvicinata al mondo dei sentimenti, e forse non aveva nemmeno capito alcuni dei molti doppi sensi del film, ma le era piaciuto e le aveva lasciato addosso una sensazione positiva. Era sicura che quell’atmosfera l’avrebbe accompagnata con leggiadria nel mondo dei sogni, e a dodici anni si dovrebbe vivere di essi.
Guardò l’orchidea sul suo comodino, premette l’interruttore dell’abatjour allungando al massimo il braccio e sbadigliando a bocca aperta come avrebbe fatto un leone.
Chiuse gli occhi e, come faceva ogni sera, cercò di iniziare un sogno da sveglia: immaginò di incontrare per caso il suo cantante preferito, che lui si innamorasse di lei che la portasse nella sua villa enorme per viverci per sempre felici e contenti. Ogni sera cercava inutilmente di pilotare i suoi sogni in anteprima: non c’era mai riuscita, ma era diventato un buon modo di conciliare il sonno.
Quella sera però, spaventata dalle forti raffiche di vento ululante che sbattevano sulle sue finestre, il sonno indugiò ad arrivare. La lasciò in balia di rumori cupi, delle ombre che la strada illuminata proiettava sulle pareti e assumendo strani movimenti ondulati attraversando le tende.
Con gli occhi sbarrati ripeté a se stessa che era troppo grande per avere ancora paura del buio, che suo padre le rammentava sempre che se si è spaventati si vedono sagome anche nell’ombra di un lampione, che non aveva nulla di cui preoccuparsi e che c’erano loro a proteggerla nella stanza accanto.
Quella notte non fu come le altre. Niente avrebbe potuto difenderla.
Le luci della sua strada sembravano allontanarsi, l’oscurità della sua stanza sembrava una grossa macchia d’inchiostro da cui tutte le zone illuminate veniva inghiottite al semplice movimento della luna.
Una strana impressione di tristezza e incapacità si impossessò improvvisamente dei suoi pensieri.
In un attimo realizzò che quella sensazione infelice era legata ad una totale impossibilità di movimento. Lì, in un secondo, la paura prese il sopravvento su ogni cosa.
Spalancò gli occhi, gli unici che sembravano rispondere ai comandi del suo cervello, li strinse forte e capì che neanche se avesse avuto una forza sovrumana sarebbe riuscita a spalancare le braccia o anche solo allungare le dita. Riuscì ad aprire la bocca per chiamare aiuto, ma tra le sue labbra non scivolò alcun suono. Ad occhi sbarrati sentì la sua voce rimbalzarle nella gola e il suo urlo penetrarle le orecchie come una fitta.
Un peso invisibile la tratteneva prigioniera, premendole la testa dentro il cuscino quasi a soffocarla e schiacciandole le coperte addosso come per succhiare via da quella stanza ogni traccia d’ossigeno.
Le ombre attorno a lei si animarono assumendo sembianze terrificanti, abbracciandosi come banchi di nebbia e unendosi in figure ancora più mostruose. Ai piedi del letto apparve una sagoma scura come la pece e gelida come il più freddo degli inverni.
Un vento polare si alzò tra le quattro pareti dipinte di rosa mentre oltre le finestra tutto s’era fatto silenzioso e imperturbabile. Lei guardò quell’oscurità, il fiato le mancò e gli occhi cominciarono a girare alla ricerca di un angolo immobile. Sentì le grosse assi del parquet spezzarsi e le parve di svenire per l’oppressione del suo stesso pigiama.
Il letto, assieme a tutti gli altri oggetti nella stanza, veniva lentamente risucchiato da quella grande macchia fredda, come fosse al centro di una valanga e di un tornado.
Come un magico flautista quella cosa la attrasse a sé, sollevò il letto in verticale e con voce gelida e sibilante le sussurrò qualcosa nell’orecchio.
Ora. Tocca. A. Te.
Il letto ricadde indietro senza alcun rumore, come se la stanza fosse racchiusa in una strana bolla galleggiante nello spazio; tutti gli oggetti tornarono al loro posto e quello strano spirito, mostro o demone se ne andò scomparendo in un vortice d’aria e terribile sconforto.
Cadde in un sonno simile alla morte.

La mattina seguente si svegliò avvolta dallo stesso rumore ovattato che l’aveva tanto scossa quella notte. Spalancò gli occhi al sorgere dei ricordi e per prima cosa cercò di muovere le mani.
Si mossero molli, deboli e calde. Erano nascoste sotto il cuscino, ma si spostarono perfettamente.
Allungò il braccio verso la sveglia e socchiuse gli occhi per mettere a fuoco ogni singolo carattere analogico. S’alzò a sedere sul letto e stranamente la testa non le girò: si aspettava di non stare per niente bene dopo quello che era successo o che forse pensava fosse successo. Invece si sentiva energica, potente e di buon umore.
Alzandosi dal letto sfiorò con le dita l’orchidea viola su suo comodino e si diresse verso il piano di sotto per fare colazione.
Non poté vedere le lunghe foglie verdi di quella splendida pianta seccarsi come sotto un sole africano, l’energia venire come risucchiata e quello stelo sottile restringersi e afflosciarsi, i petali delicati creparsi e frantumarsi diventando come cenere. Una pianta preziosa morta come sotto una falce.
Al piano di sotto la ragazza sorrise alla madre che stava servendo al suo fratellino dei soffici pancake, con un abbraccio la ringraziò per averle preparato la sua colazione preferita e si sedette per gustarli.
Dietro di lei, la donna si sentì prosciugare come se nel suo corpo fosse sparita ogni goccia d’acqua, come se non avesse più ossa a mantenerla stabile. Mentre la vita le veniva risucchiata via rivolse gli occhi verso il soffitto e cadde inerme sul pavimento.
In qualche giorno quella ragazza capì il perché di quel corpo senza vita, il motivo di quelle parole che la sua mente le ripeteva martellante come una reminescenza offuscata, il perché di quel fiore appassito.
Tra lacrime e urla, soprattutto, comprese quale sarebbe stato il suo compito da lì all’eternità.

6 commenti:

  1. Caspita!!! Mi è piaciuto un sacco!

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  2. E se ti dicessi che a me è capitato davvero di essere bloccata nel letto da qualcuno con una voce orribile pur sapendo che in stanza non c''era nessuno oltre mio fratello che sentivo russare e i miei nella stanza accanto e che ho provato a urlare ma dalla mia bocca non usciva nulla? Mi sono data una spiegazione razionale naturalmente!

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  3. Capirei benissimo.
    Sono illusioni ipnogogiche. Ne soffro anche io ogni tanto ed è appunto da lì che ho preso ispirazione! :_)

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  4. Bel racconto!
    Li scrivi di getto?

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  5. Ciao e benvenuta! :)
    Di solito sì: capita che io guardi un'immagine e ne venga catturata talmente da farmi pensare subito a quello che poi diverrà il racconto.

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